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1 settembre 2026

Prima di Valterino l’Africano c’era Valterino il Sudamericano, che ballava la samba brasiliana con le società: le inchieste, i guai giudiziari e i collegamenti con il carbon credit di cui nessuno parla (PARTE 1)

  • di Michele Larosa Michele Larosa

1 settembre 2026

Mentre l'Italia scopre Valterino l'Africano, prima del Camerun e dello Zimbabwe, a Rio de Janeiro gli stessi nomi tornano a galla da quindici anni. L'America e l'Africa, il passato e il presente di Valter Lavitola, sono più collegati di quanto pensiate. Ma prima di parlarvi di tutto quello che non torna anche qua, bisogna fare un passo indietro: l'amico Lula, i guai panamensi, le pinne di squalo, e l'impresa ittica attuale, la Blue Fish Lagos

Foto di: ChatGPT

Prima di Valterino l’Africano c’era Valterino il Sudamericano, che ballava la samba brasiliana con le società: le inchieste, i guai giudiziari e i collegamenti con il carbon credit di cui nessuno parla (PARTE 1)

Adesso tutti parlano dell’Africa, noi siamo stati i primi a raccontarvi tutta la storia di Valterino l'Africano: le società in Zimbabwe, Sudafrica, Camerun, il carbon credit, la caccia grossa. Ma prima dell’Africa, di Ranucci e di tutto questo, c'era Valterino il Sudamericano, e la particolarità, negli affari decennali di Lavitola in Sudamerica, è che tornano sempre gli stessi nomi, gli stessi modus operandi e le stesse opacità. Valter Lavitola è tutt’oggi imprenditore in Brasile, ha un’impresa ittica la Bluefish e c’è anche un ponte con gli affari del carbon credit. Ma prima di parlarvi di tutto quello che non torna anche qua (nei prossimi giorni usciranno nuovi articoli), bisogna fare un passo indietro. Sì, perché Lavitola fra Panama e Brasile di casini ne ha combinati parecchi, e il filo conduttore è sempre uno solo: follow the money. L'imprenditore dei tre mondi: ristoratore-giornalista in Italia, cacciatore-“ambientalista” (tra tantissime virgolette) in Africa, operatore ittico e chissà che altro in Brasile e Panama.

Il visto e “venticinque anni” da imprenditore

Valter Lavitola in terra brasiliana ci vive, a fasi alterne per circa dieci anni tra Rio de Janeiro, San Paolo e Manaus secondo quanto riporta un articolo de L'Espresso, e nel 2008 ottiene un visto permanente nel paese, cercando, con alterne fortune, di restare nell'ombra.

La versione ufficiale è quella di imprenditore ittico: proprietario della Empresa Pesqueira de Barra de São João Ltda, con sede nel comune di Casimiro de Abreu. In Brasile ha anche eletto il luogo della sua latitanza, e proprio dall'ombra era emerso nel 2011 in un collegamento televisivo con Enrico Mentana, spiegando di aver fatto per 25 anni l'imprenditore fuori dall'Italia. In Italia la sua Pesquera aveva anche una sede amministrativa in via Belsiana 90 a Roma e addirittura una succursale dentro il Car, il grosso Centro Agroalimentare sulla Tiburtina, ben prima del ristorante a Monteverde. E secondo un articolo di Libero del 2011 Lavitola ne era socio insieme a Neire Cassia Pepes Gomes. Un nome che, nell'arco degli anni, ritornerà nelle peripezie lavitoliane. Intervistato da Libero, un impiegato della succursale romana di lei diceva: “sono certo ha una casa anche qui nella Capitale...”. Ne parla anche un articolo del 2015, del quotidiano panamense La Prensa, a proposito di un'indagine aperta dalla Procura di Rio de Janeiro per chiarire se Lavitola abbia usato società in Brasile allo scopo di occultare capitali o dissimularne l'origine illecita. L'articolo cita due società, la Pesqueira Barra de São João appunto e Lagiuva Empreendimentos Imobiliários, in cui secondo La Prensa all'epoca non comparirebbe Lavitola, ma persone a lui vicine: Alexander Herodoto Campos, Danielle Aline Louzada e appunto Neire Cassia Pepes Gomes.

L'amico Lula

Tutto parte dalla Procura di Napoli, con i PM Woodcock e Piscitelli, che già nel 2013 inviano una prima rogatoria alla giustizia brasiliana per chiedere informazioni sui tre cittadini brasiliani coinvolti nei giri d'affari di Lavitola, sospettati di fargli da prestanome. L'anno dopo, nel settembre 2014, ne arriva una seconda: stavolta i pm chiedono lumi sul suo rapporto con il presidente Lula, che in una lettera a Berlusconi, quella con cui chiede 5 milioni di euro, e per cui poi verrà condannato per tentata estorsione, definisce “un vero amico”. Lula lo avrebbe, dice, aiutato a chiudere un affare che nessuno voleva più toccare: “Nessuno vuole firmare nulla che mi riguarda e purtroppo il presidente Lula (che si sta confermando un vero amico) non conta già quasi nulla. È riuscito solo ad ottenere, dal vertice della compagnia acquirente che con una sentenza (ovviamente concordata) di una corte Arbitrale, venga loro imposto di accordarsi con me”. Parla di una concessione per il taglio del legno ottenuta in Amazzonia e di come l'ex presidente brasiliano lo avrebbe aiutato a vendere la concessione a un'azienda cinese. Una lettera mai spedita, sequestrata dalla Guardia di Finanza nel computer di Carmelo Pintabona, imprenditore italo-argentino che faceva da tramite tra i due, in cui Lavitola chiede proprio a Berlusconi di pagare 900mila dollari alla società cinese, per il “piano di sfruttamento” della concessione. Ah, Berlusconi nel 2010 in visita in Brasile venne accolto proprio da Lavitola.

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Lula ANSA

La holding americana

Nella rogatoria del 2013, due dei tre presunti prestanome possedevano le quote di una società di Lavitola con sede a New York. La società in questione è la Bonaventura Group LLC, con sede, secondo una ricostruzione di Libero del settembre 2011, alla 3rd Avenue, suite 1200, nel palazzo Grant Hermann. Una holding statunitense che a sua volta controllava l'Immobiliare Italiana srl, società che si occupava di compravendita di palazzi, e Maremma srl, società con sede negli stessi uffici de L'Avanti! che si occupava di silvicoltura e attività forestali, e che esportava in Brasile (vi ricordate le concessioni amazzoniche?).

Fra i due c'è anche Alexander Herodoto Campos, un uomo d'affari con contatti in Brasile e Svizzera che, secondo La Prensa, è stato denunciato presso il Servizio Federale Svizzero Antiriciclaggio dall'impresa Lexfin S.A., con sede a Lugano, attiva nei servizi finanziari. Campos era il braccio destro di Lavitola in Brasile, e proprio per coprire il faccendiere rivendicò, nell'autunno 2011, attraverso documentazione falsa, la titolarità dell'impresa Bonaventura Group LLC, quando in realtà Lavitola “era l'unico titolare patrimoniale dell'impresa statunitense”, secondo il rapporto giudiziario.

Panama papers

Sempre gli stessi tre, secondo La Prensa, fanno parte anche dello schema societario di altre quattro imprese a Panama. Proprio il paese dell'America centrale è stato per anni uno dei centri principali dell'attività di Lavitola. A Panama era infatti l'uomo di fiducia di Finmeccanica, attraverso cui l'azienda italiana ha venduto al governo del presidente Ricardo Martinelli un pacchetto di radar ed elicotteri da 250 milioni di dollari. Parallelamente, le sussidiarie firmano con Agafia Corp., società-schermo panamense controllata da Lavitola e fiscalmente domiciliata in Bulgaria, contratti di “assistenza tecnica” che valgono il 10% del totale, circa 25 milioni di dollari. Secondo La Prensa di Panama, il vero proprietario della società-schermo era lo stesso Martinelli.

Nella lettera a Berlusconi citata sopra, Lavitola dice testualmente che Martinelli mise “150 mila euro per montare uno scandalo che danneggiasse Gianfranco Fini”. Il rapporto era così stretto che fu lo stesso Lavitola, nell'agosto 2011, a ospitare il presidente panamense a Villa Certosa, residenza estiva dell'allora primo ministro italiano Silvio Berlusconi, in sua assenza.

I magistrati hanno indagato anche sulla presunta relazione di Lavitola con Odebrecht, il colosso delle costruzioni al centro dello scandalo Petrobras, la più grande inchiesta di corruzione della storia latinoamericana. Il suo nome compare in una delle cinque indagini per corruzione internazionale aperte a Brasilia contro Lula e Marcelo Odebrecht. La questione riguarda l'appalto per la metropolitana di Panama City, destinato all'italiana Impregilo ma finito ai brasiliani a un costo molto maggiore rispetto alla proposta dell'azienda italiana. Lo stesso Lavitola avrebbe confessato al giornalista spagnolo Joan Solés di aver fatto da tramite per le mazzette. Secondo Solés, chiamato a deporre a Napoli nel 2013, Lavitola gli avrebbe riferito che “circa 850 milioni di dollari provenienti dalle mazzette sono passati per le sue mani” e che “circa 300 milioni erano la tangente della metro”. Il giornalista ha poi fatto riferimento a documenti segreti riguardanti il contratto con Odebrecht: “Esisteva un accordo di presentazione del progetto della metro di Panama con l'impresa Sofratesa, che ha sede nelle Isole Vergini Britanniche”, paradiso fiscale dove Lavitola “avrebbe depositato circa trecento milioni di dollari”.

Subordinato alla concessione dell'appalto della metropolitana c'era anche la realizzazione di un ospedale pediatrico nella zona di origine del presidente Martinelli, Veraguas. Nonostante l'opera fosse andata a Odebrecht, Lavitola avrebbe esercitato, attraverso Berlusconi (“vettore inconsapevole”), indebite pressioni e minacce di ritorsioni su Impregilo, per costringerla ugualmente a regalare la struttura sanitaria al governo dell'isola centroamericana. Per i fatti Lavitola è stato condannato dal Tribunale di Napoli a 3 anni per estorsione, e il procuratore napoletano Vincenzo Piscitelli dichiarò che “Lavitola ha esercitato un canale corruttivo in Brasile”.

Infine, sempre a Panama, le indagini dei procuratori napoletani Vincenzo Piscitelli e Henry John Woodcock si concentrano su un caso di corruzione internazionale. Lavitola era accusato di aver fatto da mediatore, con svariate centinaia di migliaia di dollari e regali per Martinelli e il suo entourage, per un giro di tangenti al governo panamense per un appalto da 176 milioni di dollari per la realizzazione di strutture carcerarie, che avrebbero dovuto essere realizzate dal consorzio Svemark. Affare che poi, dopo un primo versamento di alcune centinaia di migliaia di euro, sfumò. Il proprietario dell'impresa Angelo Capriotti bonificò 530mila dollari dalla sua società italiana SIE Spa a una consociata brasiliana, la SIE Ltda. Secondo l'avvocato brasiliano di Capriotti, quel denaro servì in realtà a comprare la casa che Lavitola possedeva vicino ad Armação de Búzios. L'acquisto avvenne tramite un contratto con Lagiuva Empreendimentos Imobiliários (ve la ricordate?), e i pm ritennero che si trattasse in realtà di una garanzia data a Capriotti per assicurargli l'appalto delle carceri; progetto mai realizzato. Tant'è che Capriotti poi rimase effettivamente in possesso della casa, trovandosi anche costretto a sporgere denuncia contro persone vicine a Lavitola che la occupavano.

Valter Lavitola e Silvio Berlusconi a Panama
Valter Lavitola e Silvio Berlusconi a Panama ANSA

Pesce e cocaina

Un dettaglio, notato sempre dall'inchiesta de La Prensa, è che alla sede della Pesqueira, secondo un vicino, attraccavano solo piccole barche costiere, non compatibili con un'attività di pesca industriale. Le vere imprese ittiche della zona, diceva, sono concentrate a Cabo Frio, non a Casimiro de Abreu, e proprio a Cabo Frio, successivamente, Lavitola ha costruito il suo secondo quartier generale...

Sì, perché l'avventura ittica non finisce qui. Nel 2014 Lavitola finisce in un'inchiesta firmata sul Corriere della Sera dalla giornalista Amalia De Simone su un giro di narcotraffico che avrebbe coinvolto l'Italia e gli stati del Sudamerica. Secondo l'inchiesta, Lavitola, con un altro imprenditore attivo nel commercio (illegale) di pinne di squalo verso l'Oriente, usava il pesce come copertura per far arrivare cocaina dal Sudamerica. Il giro, secondo le fonti citate dal quotidiano, sarebbe stato attivo tra il 2009 e il 2012, con una media di 170 chili di cocaina a settimana per un guadagno mensile superiore al milione di euro. Un'inchiesta conclusasi, c'è da dirlo, in un nulla di fatto, ma che ha comunque gettato un faro sulla società di Lavitola. Quale? Non è citata, e nel marasma societario in capo all'ex direttore de L'Avanti! è difficile districarsi.

Oggi, sempre il solito pesce

Una storia che continua tutt'oggi. Ufficialmente, nell'Empresa Pesqueira de Barra de São João, secondo l'ultimo comprovante ufficiale della Receita Federal, non compare più il nome di Lavitola, ma di un certo Caique de Oliveira de Souza. Ma l'ex direttore de L'Avanti! è ancora titolare di una società che commercia prodotti ittici in Brasile: parliamo della Blue Fish Lagos, pescheria di Cabo Frio aperta nel 2008. Lo è, dal 2010, insieme a tal Pamela da Penha Pimentel, titolare a sua volta della Services Point Sociedade Limitada insieme a Julio Cesar Carcanho Oliveira, a sua volta ancora socio principale, fino al giugno 2015, di Lagiuva Empreendimentos Imobiliários, la società immobiliare già citata. Da Carcanho Oliveira le quote di Lagiuva passano allo stesso Lavitola, che le mantiene fino al giugno 2019; nel gennaio 2020 la titolarità approda infine a Danielle Aline Louzada, la stessa prestanome citata da La Prensa già nel 2015. Un cerchio in cui girano, attorno a Lavitola, sempre gli stessi nomi.

E per Valterino il Sudamericano i guai del sur non sono finiti. Uno dei prestanome citati nella rogatoria del 2013, il suo braccio destro Alexander Herodoto Campos, lo ha citato in giudizio davanti alla giustizia civile di Rio de Janeiro, in una causa che, secondo la ricostruzione di IstoÉ del 2016, riguarderebbe proprio il controllo del Bonaventura Group e il suo valore, stimato da Campos in 5,6 milioni di dollari.

E a proposito di Bonaventura Grup, l'ultimo capitolo, in ordine di tempo, arriva nel luglio 2026: una rettifica pubblicata sul Diário Oficial dello Stato di Rio de Janeiro, a firma della Secretaria de Estado de Polícia Militar, cita, tutti riferiti allo stesso processo amministrativo: Valter Lavitola, Danielle Aline Louzada, Neire Cassia Pepes Gomes, Tamara Carvalho Coutinho e una “Bonaventura Group LLC” aperta nel maggio 2022, a un nuovo indirizzo di New York. L'indirizzo email depositato alla Receita Federal brasiliana di questa nuova Bonaventura Group riguarda un certo Alex (Herodoto Campos), e ci porta dritti a un'altra società: Pantrade Rio Importação e Exportação Ltda, azienda del centro di Rio de Janeiro attiva dal 1999, che sul proprio sito si presenta esplicitamente come parte del gruppo Bonaventura, specializzata, ovviamente manco a dirlo, nel commercio internazionale di pesce e frutta.

Infine, secondo un articolo uscito in queste settimane per il Corriere della Sera, è stato lo stesso Lavitola, nel corso dell'interrogatorio di garanzia per la bomba a Ranucci, a presentarsi come un imprenditore di calibro internazionale. “Ho fatto affari a Panama e in Brasile”, ha spiegato. Ma le verifiche, arrivate fino al ministero degli Interni brasiliano, hanno evidenziato che su Lavitola pende ancora un procedimento. Precisano che si tratta di un'inchiesta “secretata” molto tempo fa e apparentemente in stand-by. Parliamo di alcune tranche investigative (tre) che ipotizzano un riciclaggio da parte del faccendiere di origine campana attraverso alcune sue società, una delle quali ha come oggetto la vendita di pesce.

Se vi è venuto il mal di testa, tranquilli, è normale: è la samba societaria di Lavitola in Brasile. Quella che ballava vent'anni fa e che oggi balla anche in Africa. Cambiano i continenti, cambiano le materie prime, ma il passo è sempre lo stesso. E non finisce qui.

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