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10 maggio 2026

Ok, ma che succede al Ministero della Cultura? Alessandro Giuli fa fuori il suo staff e licenzia Emanuele Merlino ed Elena Proietti: c’entrano il documentario su Regeni e un viaggio a New York

  • di Riccardo Canaletti Riccardo Canaletti

10 maggio 2026

Dopo il caso Biennale, il caso Beatrice Venezi, il caso Regeni, Alessandro Giuli raccoglie i cocci del ministero e li lancia al suo staff, che viene licenziato in tronco. Il ministro della Cultura ha scaricato Emanuele Merlino, che sarebbe stato a conoscenza della vicenda legata al no ai finanziamenti per il docu sull’omicidio del ricercatore italiano in Egitto; e Elena Proietti, segretaria rea di non essersi presentata in aeroporto prima di un volo ufficiale per New York

Foto: Ansa

Ok, ma che succede al Ministero della Cultura? Alessandro Giuli fa fuori il suo staff e licenzia Emanuele Merlino ed Elena Proietti: c’entrano il documentario su Regeni e un viaggio a New York

Alessandro Giuli ha azzerato la propria segreteria, revocando i decreti di Emanuele Merlino e di Elena Proietti. Dalla fiamma di Fratelli d’Italia a Fratelli d’Italia in fiamme è un attimo. In eoria la rivoluzione conservatrice avrebbe dovuto avere la cultura al centro, invece la cultura è proprio l’unica cosa che, seppur viva, ha portato più danni a questo governo. Partiamo dall'inizio. Aprile 2026: il Mic nega per la seconda volta i finanziamenti pubblici a Tutto il male del mondo, documentario di Simone Manetti su Giulio Regeni — il ricercatore italiano sequestrato, torturato e ucciso al Cairo nel 2016, nel paese del generale Al-Sisi. Un film che ha appena vinto il Nastro della Legalità 2026. Un film i cui genitori, Paola e Claudio Regeni, sono stati davanti alle telecamere per raccontare la verità giudiziaria sul figlio. Rifiutato da una commissione ministeriale, per la seconda volta consecutiva, per insufficienza di punteggio. L'opposizione ha subito urlato alla censura politica. Pd, +Europa, Avs hanno presentato interrogazioni parlamentari. Giuli è andato alla Camera, ha risposto che no, non è stata una scelta politica, che la commissione è autonoma, che lui personalmente non condivide il giudizio ma non può intervenire per legge. Ha usato la parola «labirintico» per descrivere il sistema ereditato. Ha parlato di “opacità” e “imperizia”. È andato al Quirinale, davanti al presidente Mattarella, in occasione dei David di Donatello, e ha dichiarato che negare i fondi a quel documentario è stato “inaccettabile”. Ora ha licenziato Merlino, che secondo il Corriere della Sera era a conoscenza della vicenda e non aveva vigilato. 

Emanuele Merlino
Emanuele Merlino Ansa

Nel caso di Proietti, invece, la storia è molto più semplice. Non si sarebbe presentata in aeroporto prima di un volo ufficiale per New York del ministro. E lui se la sarebbe legata al dito. Ma ecco il secondo livello di questa storia. Emanuele Merlino non è solo un funzionario. Era il rappresentante di un'altra corrente di potere dentro FdI, quella del sottosegretario Fazzolari, l'uomo più vicino a Meloni, il suo consigliere politico, il cervello dell'operazione di governo. Prima con Sangiuliano, poi con Giuli, Merlino è rimasto al Mic come presidio. Licenziarlo, dunque, sarebbe perfettamente coerente con la dinamica interna alla destra di governo, che vede Giuli sempre più isolato e criticato. 

Elena Proietti
Elena Proietti Ansa

Prima di questo, però, c'era stata la Fenice. La storia ve l’abbiamo raccontata noi: settembre 2025, il sovrintendente Nicola Colabianchi, nominato alla guida del teatro veneziano su indicazione del ministro Giuli, annuncia Beatrice Venezi come futura direttrice musicale. Quarantadue anni, vicina a Meloni, presenza fissa ai convegni di Fratelli d'Italia, figlia di un ex esponente di Forza Nuova. Non solo: un curriculum che l'orchestra del teatro contesta punto per punto, sostenendo che Venezi non abbia mai diretto un'opera né un concerto sinfonico in cartellone alla Fenice. Comincia una guerra di logoramento. Scioperi. Volantinaggi. Un concerto gratuito in Campo Sant'Angelo, con l'orchestra che suona l'Inno di Mameli e il Va’ Pensiero in segno di protesta. Giuli difende Colabianchi, dice di rispettare la sua “autonomia e indipendenza”. Il ministero tace. Poi, ad aprile 2026, Venezi rilascia un'intervista al quotidiano argentino La Nación in cui descrive la Fenice come un teatro dove “le posizioni si tramandano di padre in figlio”, con un pubblico di “abbonati over 80” e un'orchestra gestita “in modo totalmente anarchico”. Colabianchi la licenzia nel giro di ventiquattr'ore. Giuli “prende atto della decisione” e ribadisce la propria “completa fiducia” nel sovrintendente.

Alessandro Giuli
Alessandro Giuli Ansa

E poi c'è Buttafuoco. Pietrangelo Buttafuoco, presidente della Biennale di Venezia, scrittore, intellettuale della destra non conformista, amico di lunga data di Giuli. La questione è la riammissione degli artisti russi alla Biennale Arte 2026, sospesa dal 2022 dopo l'invasione dell'Ucraina. Il governo italiano non è d'accordo. L'Unione Europea nemmeno, e arriva a minacciare sanzioni. Giuli manda gli ispettori del ministero alla Biennale. Giuli attacca Buttafuoco in un'intervista a Repubblica: li accusa di aver portato avanti “interlocuzioni con i russi da anni”, di essersi “illuso di poter fare politica estera”, di essere stato “vittima di una fantasia pacificatoria”. Buttafuoco non risponde ai messaggi. Giuli annuncia di non andare all'inaugurazione, poi ci va comunque. Salvini difende Buttafuoco. Meloni dice di essersi “leggermente persa” nella vicenda, che Buttafuoco è “una persona capacissima” e che la Biennale è autonoma, ma che lei non avrebbe fatto la stessa scelta. Il risultato: altra guerra pubblica tra due pezzi della destra culturale italiana, trasmessa in diretta davanti a tutta la stampa internazionale, nell'unico momento in cui l'arte italiana avrebbe potuto fare notizia per le sue opere e non per i suoi litigi. Certo, di cultura di destra si sta parlando pochissimo, ma dei suoi pessimi alfieri finanche troppo.

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