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1 luglio 2025

Caso Orlandi, “LA VERITÀ SU EMANUELA NASCOSTA NELLA BANCA DEL VATICANO”. Lattacco del fratello Pietro: “Perché non rendere pubblico il dossier che era sulla scrivania di Ratzinger?” Leone XIV sta seguendo l’esempio dei suoi predecessori?

  • di Giulia Ciriaci Giulia Ciriaci

1 luglio 2025

A 42 anni dalla scomparsa di Emanuela Orlandi, il fratello Pietro parla di due fascicoli segreti. Uno è custodito nei meandri inaccessibili dello Ior, la banca del Vaticano. L’altro era sulla scrivania di Papa Ratzinger ed è noto anche al Promotore di Giustizia Diddi. Giani, ex capo della gendarmeria, avrebbe detto che renderlo pubblico sarebbe un disastro. Diddi ammette l’esistenza del dossier, ma rimanda ancora la sua diffusione. Intanto Orlandi chiede un incontro a Papa Leone XIV: “Potrebbe essere decisivo…”
Caso Orlandi, “LA VERITÀ SU EMANUELA NASCOSTA NELLA BANCA DEL VATICANO”. Lattacco del fratello Pietro: “Perché non rendere pubblico il dossier che era sulla scrivania di Ratzinger?” Leone XIV sta seguendo l’esempio dei suoi predecessori?

Due fascicoli, due indizi. E forse, quarantadue anni dopo, un pezzo di verità sul caso Orlandi. Lo dice Pietro, il fratello di Emanuela, la ragazzina di soli quindici anni con la fascetta tra i capelli e il flauto in spalla, sparita nel cuore di Roma e mai più ritrovata. Lo dice davanti a duecento persone a Forte dei Marmi, nel salotto di Villa Bertelli, dove è stato ospite del talk show condotto da Enrico Salvadori. E lo dice senza giri di parole: “Uno di questi fascicoli è nascosto nell’archivio riservato dello Ior, la banca vaticana. E l’altro è passato anche sulla scrivania di Papa Ratzinger”. Il primo fascicolo, intitolato proprio “Emanuela Orlandi”, sarebbe custodito in un’area blindata, accessibile solo a pochissimi all’interno dello Ior. “Me ne hanno parlato due persone – ha detto Pietro – un prelato e un laico. Non si conoscono, quindi non hanno avuto modo di mettersi d’accordo. Eppure entrambi mi hanno raccontato la stessa cosa: quel documento esiste, ed è lì”. Nessuno, fuori da quel perimetro blindato, l’avrebbe mai letto. Nessuno, tranne forse chi nel Vaticano ha tutto l’interesse a non far uscire certe verità. Ma c’è di più. Perché c’è un secondo dossier, stavolta noto ai piani alti: è quello che nel 2013 era sulla scrivania di Benedetto XVI. A saperlo, secondo Orlandi, era anche Paolo Gabriele – il maggiordomo del Papa – e l’allora comandante della gendarmeria vaticana, Domenico Giani. “Giani era terrorizzato – racconta Pietro – temeva che quel fascicolo fosse stato fotocopiato da Gabriele. Disse a me e ad Alessandro Diddi (Promotore di Giustizia vaticano) che se quel documento fosse finito nelle mani dei giornalisti sarebbe stata una catastrofe”.

Pietro Orlandi
Pietro Orlandi al sit-in per l’anniversario della scomparsa di Emanuela
https://mowmag.com/?nl=1

Diddi oggi ammette: sì, il dossier c’è. Ma non è ancora tempo di renderlo pubblico. “E quanto bisogna ancora aspettare?”, si chiede Pietro, che di anni a inseguire risposte ne ha passati fin troppi. Il talk a Forte dei Marmi si chiude con un appello. L’ennesimo. Pietro Orlandi chiede di incontrare il nuovo Papa, Leone XIV, alias Prevost. “Spero che mi riceva, che mi ascolti. Un suo intervento potrebbe cambiare tutto. Francesco, come Ratzinger, non ha mai voluto parlarne. Né offrire un aiuto concreto per scoprire la verità. Io credo ancora che Emanuela sia stata usata per ricattare qualcuno, qualcuno molto in alto. Probabilmente dentro il Vaticano”. Le parole restano sospese. Ma la sensazione è che qualcosa – forse – si stia muovendo.

Pietro Orlandi
Pietro Orlandi
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